Progetto | Sassuolo la città prossima
27 febbraio 2026
Sassuolo, la città prossima
David Zilioli
Sassuolo, la città prossima è progetto di rigenerazione di un pezzo di città fondato su un pacchetto integrato di azioni e opere, con particolare attenzione alla dimensione sociale. Nasce dall’idea che, come ricordava Giorgio La Pira, è nella città che si costruiscono la democrazia e la convivenza e che lo spazio urbano è il luogo privilegiato in cui diritti e relazioni si fanno esperienza quotidiana. L’economia civile, da Genovesi in avanti, lega infatti la felicità pubblica alla qualità dei legami sociali: Il Distretto ceramico esprime questo patrimonio non solo in termini produttivi, ma anche come una vasta infrastruttura relazionale fatta di associazioni, volontariato e terzo settore. Un patrimonio sociale che l’architettura è chiamata a rendere visibile e abitabile. In questa prospettiva, la rigenerazione dell’area ex-189 / Parco Amico è parte di una visione urbana complessiva estesa a tutta la città, dichiarata anche nel PUG, che assume volutamente il titolo Sassuolo, la città prossima. Città di acqua, terra e fuoco. Qui la prossimità non è intesa come riduzione di scala, ma come aumento della densità relazionale: una città dei 15 passi, prima ancora dei 15 minuti, capace di tenere insieme luoghi, servizi e percorsi quotidiani. La qualità dello spazio urbano si misura soprattutto al piano terra e nella relazione tra vuoti e pieni. È qui che la città si rende accessibile, leggibile e accogliente. Può un nuovo polo sociale o un parco ben disegnato cambiare il destino di una città? Sì, se diventa un luogo attraversabile, abitato e riconoscibile1. Quando un progetto immagina architetture delle relazioni2 integrate in un percorso di tappe gratuite aperte a tutti, — sempre più necessarie nelle nostre città commerciali — costruisce una geografia ecumenica e quotidiana dell’incontro. Una delle attenzioni del progetto è la possibilità di attivare percorsi differenti, vere e proprie traiettorie urbane — spesso invisibili — che ogni cittadino, in particolare chi è più fragile o sensibile, può comporre liberamente in base ai propri bisogni. I diversi punti che verranno realizzati non impongono un unico modo d’uso, ma possono essere vissuti in maniera originale, quasi sartoriale: luoghi aperti e porosi, capaci di offrire risposte diverse a seconda delle esigenze di chi li attraversa, li frequenta o li abita. Il progetto assume quindi una prospettiva umanistica, in cui l’osservazione delle pratiche quotidiane — chi attraversa, chi evita, chi si ferma, chi ha paura di entrare — diventa parte integrante del processo progettuale. Qui emerge con forza il tema della soglia: non come confine rigido e formale («posso entrare?»), ma come dispositivo diffuso capace di accompagnare l’ingresso, rendendo l’accesso possibile senza esposizione e trasformando il passaggio in un’esperienza di accoglienza. In questo quadro, un assessore alla rigenerazione urbana è oggi, come sottolinea Elena Granata3, soprattutto un placemaker: una figura chiamata a svolgere un lavoro di regia, coordinamento e ascolto, creando le condizioni affinché i luoghi possano essere vissuti, riconosciuti e appropriati dalle comunità.
Il Centro per le Famiglie è volutamente concepito come una grande apertura sul parco: non un edificio chiuso, ma una nuova testata urbana. Si può guardare, sostare, entrare senza che nessuno chieda nulla. È voluto che la grande passeggiata nel parco (parte di un più ampio progetto di rammendo paesaggistico) entri in modo quasi accidentale dentro l’edificio, sotto a un grande palcoscenico teatrale che rende tutti ugualmente protagonisti: uno spazio sempre aperto e al coperto anche nella brutta stagione, in cui l’architettura offre un luogo di sosta libero e accessibile, dotato di servizi, utilizzabile senza obbligo di consumazione, pensato per una mamma con il suo bambino, per un anziano, per un ragazzo o per una persona più sensibile. La Casa delle Associazioni con il Centro Antiviolenza, attestata volutamente in posizione aggettante e ben visibile alla città, assume un forte valore simbolico: un vero e proprio faro civico, capace di rendere riconoscibile il sistema delle opportunità sociali qui collocate per l’intero distretto. In questo modo, il patrimonio sociale del territorio diventa visibile, trasformandosi in architettura. La presenza di una caffetteria e di spazi per la socialità estende il programma degli spazi comunali oltre l’orario degli uffici, trasformandoli in luoghi di vita quotidiana e di relazione. Queste architetture assumono così il valore di infrastrutture sociali fondamentali per la coesione urbana, nel senso indicato da Eric Klinenberg4, secondo cui biblioteche, parchi, centri civici e spazi di prossimità determinano se una comunità prospera o si frammenta. In questo senso, questi spazi non sono solo giusti o inclusivi, ma producono sicurezza reale, perché rafforzano la convivenza quotidiana e la conoscenza reciproca, che costituiscono il fondamento più profondo delle città sicure. In una città porosa, come sostiene Vincenzo Rosito5, le risorse di socialità, le opere di solidarietà e le istanze di giustizia devono essere scoperte e rese visibili, non semplicemente impiantate. In questa direzione si collocano anche le riflessioni di Annalisa Marinelli6, che evidenzia la potenzialità della città quando diventa una città che cura, capace di mettere in rete i propri dispositivi sociali all’interno di un progetto condiviso. Investire sulle infrastrutture sociali (scuole, asili, servizi sociali, spazi pubblici) significa, infine, costruire un patrimonio per il futuro. Come ricorda l’economista Enrico Moretti7, sono proprio i contesti capaci di offrire relazioni, servizi di prossimità e qualità della vita a generare un vantaggio competitivo duraturo, anche in termini economici per l’intero Distretto. In Sassuolo, la città prossima, rigenerare significa quindi costruire legami, dando forma a spazi che favoriscono l’incontro e la cura reciproca: un primo passo concreto verso l’attuazione della felicità pubblica.
Architetture per la città delle relazioni
Gaetano De Francesco
Nella rilettura critica del lavoro di Studio MC2AA proposta in occasione della mostra romana1 scrivevo:
«Le operazioni di piano […] rappresentano una sorta di repertorio di strumenti progettuali: un insieme di dispositivi concettuali e operativi, capaci di generare un ventaglio aperto di possibilità per affrontare il progetto; un insieme di figure-temi ricorrenti, che definiscono un archivio di progetti in potenza […]; strumenti in forma di figure-temi che convivono e si intrecciano nella ricerca di definizione della forma e da cui scaturiscono una pluralità di esiti progettuali»2 .
Questa proposizione è assunta qui come premessa metodologica per la lettura di un nuovo progetto di Studio MC2AA, il complesso Progetto di Rigenerazione Urbana a Sassuolo, finora inedito e che si presenta ancora in gestazione, per la mostra napoletana. Le operazioni di piano — OROGRAFIA, SOGLIA, RISVOLTO, PIEGA, CURVA, NASTRO, TAGLIO, INCISIONE, SOSPENSIONE, SEQUENZA — orientano, ancora una volta, la costruzione della forma. Esse coesistono e si sovrappongono all’interno del progetto, dove alcune emergono con maggiore evidenza e altre operano in modo più latente, concorrendo nel loro intreccio alla definizione complessiva dell’organismo architettonico. È nella loro disamina che si colloca il campo di indagine del presente contributo.
Ho seguito fin dapprincipio la morfogenesi di questo progetto. Ho potuto osservare quasi in tempo reale i disegni via via elaborati in forma perlopiù di schizzi. Strumenti questi di indagine e di progressiva decantazione della forma, strumenti attraverso i quali la forma viene via via chiarita, sulla base delle relazioni ricercate, attraverso cui la forma matura nel tempo grazie al lavoro.
Prendiamo allora la Casa delle Associazioni con il Centro Antiviolenza.
La ricerca plastica si definisce in questo progetto come un equilibrio costantemente ricercato tra massa e superficie. L’edificio si configura come una massa scavata, che funge da testata del parco, e al tempo stesso come un sistema di superfici piegate che selezionano e incorniciano gli elementi più significativi del contesto: il centro storico di Sassuolo, le colline modenesi, il santuario. All’interno di questa tensione si colloca anche una memoria figurativa profonda, riconoscibile in alcuni schizzi preparatori. Affiora il rimando al Palazzo Ducale Farnese di Piacenza, assunto non come riferimento figurativo diretto, ma come matrice spaziale fondata sull’idea di massa muraria scavata, tagliata e incompleta. La compattezza del volume storico diviene termine di confronto per un’architettura che, anche nel progetto di MC2AA, si definisce per sottrazione: un organismo scavato, in cui l’alternanza tra spessore e cavità, tra superficie e profondità, è tra i principi generativi della forma. Proviamo ad avvicinarci all’edificio dalla strada per entrarvi e attraversarne gli spazi, cogliendo come l’architettura si offra progressivamente all’esperienza e alla città.
Un viale adiacente all’edificio, il cui terreno è modellato come una orografia artificiale, conduce all’edificio e al parco. Leggere sistemazioni di suolo, piccoli rilevati, definiscono delle quinte verdi in cui si innestano filari alberati e sedute. Queste ultime sono concepite non come elementi puntuali, ma come sequenza spaziale: disposte su una successione di piani tra loro non ortogonali, scandiscono il movimento e la sosta. Piani inclinati articolano le dolci scarpate che mediano il dislivello verso il piano interrato, sul quale si fonda l’edificio.
Diversamente dalle opere finora realizzate da MC2AA, questo edificio trova nel rapporto con il sottosuolo una delle proprie ragioni fondative. L’operazione primigenia di sottrazione, di taglio, agisce proprio sul suolo, cavato per far posto a un intero piano dell’edificio, destinato alla sala per eventi. L’organismo architettonico, strutturato attorno a una pianta quadrata, assume come riferimento la quota dell’edificio esistente — di cui è prevista la demolizione — già parzialmente impostato in interrato. Una dolce scalinata, eccentrica rispetto al fronte, conduce alla sala per eventi ipogea, con cui è in asse. Il terreno dunque si piega per divenire scalea per piccoli spettacoli all’aperto. Un’ampia vetrata al piano interrato garantisce la continuità interno-esterno, accentuando l’effetto di sospensione delle masse soprastanti e il gioco di chiaroscuri. In adiacenza alla sala si sviluppano servizi, spogliatoi, sale per la musica e una cucina. In corrispondenza di quest’ultima, lo spigolo dell’edificio si piega in pianta, orientando le relazioni verso l’esterno. Il fronte ipogeo, arretrato rispetto al filo esterno, definisce uno spazio porticato di ingresso alla sala interrata, concepito come luogo di soglia e di sosta.
Al piano terra, alla quota del parco, si collocano gli ingressi principali all’edificio. Sul lato sud si trova l’ingresso al Centro Antiviolenza: l’area di accoglienza e le stanze destinate a consulti e incontri si organizzano attorno a una corte interna, sulla quale affaccia anche una piccola cucina. Qui i progettisti ricercano consapevolmente una dimensione domestica: la cucina con la corte adiacente rappresentano uno spazio di sollievo e protezione, in cui donne e bambini possano sostare e beneficiare di uno spazio aperto ma riservato, lontano da sguardi indiscreti. L’edificio è dotato di autorimessa con accesso controllato; entrate e uscite sono differenziate al fine di garantire la privacy ed evitare l’incontro tra i diversi utenti.
Sul lato opposto, a nord, si colloca l’ingresso alla Casa delle Associazioni. Si tratta di uno spazio ibrido e polifunzionale, nel quale il bancone del bar orienta i flussi, mentre un sistema gradonato ne definisce il carattere: luogo di sosta informale, spazio per eventi, galleria espositiva allestibile all’occorrenza, nonché scala di accesso al livello superiore. Nel percorrere questo spazio, risalendo la scala, si accede alla galleria-balconata che affaccia sul livello sottostante e conduce ai diversi ambienti del primo piano. Questa promenade interna è caratterizzata dalla presenza di lucernari zenitali, che illuminano lo spazio e ne definiscono il fascino. La disposizione dei lucernari, insieme a una finestra diagonale — un vero e proprio taglio sullo spigolo dell’edificio — consente una modulazione diversificata della luce naturale, adattabile alle differenti configurazioni e ai momenti allestitivi.
Il piano primo è articolato in tre ambienti principali, affacciati su una grande terrazza: la sala maggiore le cui vetrate inquadrano il centro storico di Sassuolo a ovest e le colline modenesi a sud; lo spazio coworking che guarda verso il santuario; una sala minore. La presenza di diaframmi mobili consente una connessione diretta tra lo spazio coworking e la sala minore, introducendo un principio di flessibilità che ne amplia le possibili configurazioni d’uso. Gli spigoli di questi spazi sono strombati e secchi. È una cifra stilistica dello studio che, nel manipolare i piani attraverso operazioni di piega, nel risvoltare gli orli dell’edificio, crea degli spazi di soglia e dei cannocchiali visivi. I fronti scavati, arretrati e disallineati rispetto al filo esterno dell’edificio attivano una dialettica tra la compattezza della massa e il movimento delle superfici. Attraverso lo scavo della massa e il movimento delle superfici, che si piegano, si arretrano e si fratturano, il volume compatto viene messo in tensione e quasi sospeso. In questa dialettica tra pieno e vuoto, tra peso e scorrimento dei piani, la forma acquista una forte intensità plastica, mentre la corte interna emerge come cuore spaziale e simbolico attorno al quale si struttura l’intero organismo architettonico.
L’edificio rappresenta un tassello di un più ampio progetto di rigenerazione urbana che investe la riqualificazione del parco cittadino di Sassuolo. All’interno di questo intervento, prende forma un secondo dispositivo architettonico: una quinta che si trasforma in palco per gli eventi all’aperto, in spazio di sosta e di attraversamento. Qui il piano si incurva fino a divenire nastro, dando forma a una sorta di bocca che si proietta verso lo spazio verde e ne intensifica la relazione, un fondale dalla geometria convessa. Si tratta di un volume minuto, quasi di servizio al parco esistente, che assume tuttavia un ruolo urbano significativo: esso costituisce il nuovo ingresso al Centro Famiglie, un nuovo spazio per la cittadinanza che riattiva e riusa parte del piano terra dell’edificio destinato agli uffici comunali. In questo caso, attraverso un’operazione minima ma precisa, il progetto conferma una concezione dell’architettura come dispositivo relazionale, capace di ridefinire, con gesti misurati, il rapporto tra edificio e città, articolando la relazione tra dimensione privata, funzioni collettive e spazio pubblico.