Dialogo di Dario Costi e Simona Melli con Irene Rizzoli in occasione della mostra MARE NOSTRUM

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Dialogo di Dario Costi e Simona Melli con Irene Rizzoli in occasione della mostra MARE NOSTRUM
29 luglio 2024

Esporre: dialogo sul mare e su come interpretarlo

 

espórre (ant. spórre) v. tr. [dal lat. exponÄ•re, rifatto secondo porre] (coniug. come porre). – 1. a. Mettere fuori, mettere in mostra, offrire alla vista  […] 2. a. Commentare, interpretare (un passo oscuro, un testo, un autore)

 

Vocabolario Treccani On Line

 

DC: Esporre. Esporre è un verbo che ha due significati principali. Il primo è sostanzialmente presentare, “mettere fuori, mettere in mostra, offrire alla vista”. Il secondo è invece “commentare, interpretare”, una declinazione solitamente dedicata all’esigenza di dare una lettura accessibile ad un testo complesso o a condividere il senso di uno scritto non semplice. Due concetti che abbiamo chiaramente in mente quando pensiamo ad un allestimento, quando immaginiamo e realizziamo una esposizione. Presentare e interpretare non sono per noi due azioni distinte e differenti ma, all’opposto, sono due atteggiamenti che mescoliamo insieme e facciamo confluire nelle idee per dare loro forma.

Allestire significa allora offrire e, al tempo stesso, commentare. Un’azione che non è affatto indifferente al tema, anzi ne è profondamente coinvolta fino a costituirne una trasfigurazione plastica. Ce lo ha insegnato Francesco Venezia con la sua mostra sugli Etruschi di qualche tempo fa, con quell’arte del porgere di cui parla Francesco Dal Co. Colori che sembrano allagare le stanze e bruciarsi sui bordi, materia porosa che assorbe o riflette tutto, bagliori che rendono le parti evidenti o nascoste, con l’alternanza netta di ombra e luce. Tutto colava nello spazio, riempiva lo sguardo di un’atmosfera densa, immergeva il visitatore in un liquido ipnotico. Ecco oggi noi guardiamo a quell’esempio e pratichiamo lo stesso atteggiamento, per quanto riusciamo. I nostri allestimenti non sono mai neutri o flessibili, sono sempre caratterizzati e partecipi, sono complemento intenzionale ai contenuti della mostra, se non addirittura vera e propria forma dei concetti che si vuole trasmettere. Così proviamo a fare, così è stato, devo dire in maniera esemplare almeno per noi, Mare Nostrum

 

SM: In Mare Nostrum si fondono molte questioni oggi centrali: la sostenibilità, l’ambiente, la responsabilità. Tutti noi siamo oggi impegnati su questi temi, ognuno nei propri ruoli e ognuno nella propria condotta individuale. Per noi col progetto centrato sulla vita delle persone e con il pensiero per le città e i paesaggi, per voi, come Impresa e direi anche come famiglia, con un lavoro continuo e precisamente orientato. La vostra spinta etica si fonde con una grande passione personale per l’habitat dove non solo pescate ma passate molto tempo (ma anche per l’aria dove voli e, diciamolo, sei stata campionessa); e poi c’è il nostro territorio, c’è Parma, con il vostro impegno continuo per il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano).

Se il concetto di paesaggio è legato al riconoscimento di valori in un contesto precisamente identificato, ce lo ha detto Simmel per primo, possiamo dire che c’è una stessa idea di paesaggio nei vari ambiti, nei modi di avvicinare le questioni con il lavoro, mettendo sempre a fuoco una prospettiva più ampia della singola occasione. C’è sempre l’idea che ovunque ci si spenda vada portato un contributo responsabile orientato e partecipe.

Chi ha frequentato la mostra nel suo immaginarsi e nel suo farsi ha sentito un’energia speciale, ha letto un’azione davvero convinta e impegnata. Perché allora fare una mostra come Mare Nostrum?

 

IR: Delicius è una Società Benefit che, nel proprio statuto, si è posta un obiettivo specifico in più: salvaguardare il mare, fonte di vita e ricchezza e grande polmone del pianeta, adoperandoci per una gestione responsabile delle risorse naturali, riducendo al minimo gli sprechi, contribuendo alla tutela della biodiversità, anche ricercando soluzioni a basso impatto o che possano favorire la naturale rigenerazione delle risorse, per la tutela del pianeta e il benessere delle prossime generazioni. Lo abbiamo scritto lì per assumerci un impegno pubblico davanti a tutti. Da anni stampiamo un bollettino scientifico per sensibilizzare il nostro contesto industriale, promuoviamo iniziative formative e divulgative, finanziamo ricerca sull’ambiente e sull’inquinamento del mare.

Hai ragione però che non è solo una questione etica è anche una grande passione, direi un affetto per l’ambiente dove viviamo e che dobbiamo preservare, invertendo le dinamiche di inquinamento e di compromissione che vediamo svilupparsi senza limiti apparenti.

La Mostra è una dichiarazione d’impegno con cui vogliamo festeggiare il cinquantesimo compleanno di Delicius. Un omaggio al nostro ambiente naturale che trattiamo con il massimo rispetto che diviene però anche un ringraziamento alla nostra città.

 

SM: La mostra inizia raccontando “l’incidente geografico” del distretto industriale ittico di Parma, argomenta le ragioni storiche di un legame stretto con la città con alcuni episodi attraversati dallo stesso tono . Abbiamo scelto insieme immagini e reperti che si mettono in sintonia tra loro. Penso alla patina materica e antica dell’affresco parmigiano di Carlo Mattioli dedicato alla pesca, alle croste di sale sull’anfora che trasportava il Garum, alla ruggine che mangia i colori delle scatolette storiche con i personaggi verdiani. L’allestimento è da subito l’immersione in questa storia sedimentata ed evidente che ci appare nella sua profondità in un immaginario corroso dal tempo.

 

IR: La piega di lamiera che offre al visitatore questi materiali è una invenzione incredibile. Si muove nello spazio, si avvicina, risvolta e guida il movimento delle persone. Il trattamento in bronzo e oro di Paolo Mezzadri sono il completamento perfetto per questo gioco di piani che ci vengono incontro.

 

SM: Dario e Paolo hanno voluto sottolineare le saldature e i graffi della lamiera, necessità e accidenti della lavorazione, con una foglia di oro antico. Sostengono che le ferite insegnano.

 

DC: Il bello di lavorare con Paolo è che ogni oggetto che pensiamo trova nella materia il proprio spirito. Ogni piano che saldiamo reagisce in maniera differente, arrugginisce con fioriture diverse. Ogni pezzo ha una propria anima latente che va fatta affiorare, va esaltata o anche solo lasciata intravedere sottolineandola con i metalli. C’è un pensiero Miesiano sottotraccia, quello che arriva a Rilke attraverso Guardini, che dà valore a le cose. Dio si ficca nei dettagli! diceva Mies. Ogni parte è segnale di un tutto più ampio, ma per noi non un tutto assoluto. La trasfigurazione degli elementi è un’ambizione di verità che tutti cerchiamo nei nostri mondi, ma senza alcuna presunzione e senza retorica. É un rimando a profondità invisibili agli occhi. Non solo ad una ma a tante. Sono infatti sponde disponibili ad un rispecchiamento individuale per chiunque li avvicina. Ognuno, quando li guarda, troverà quello che cerca.

 

IR: Questa tensione si avverte chiaramente quando si entra nei vari spazi espositivi. Quello che mi ha impressionato in questa esperienza della mostra è riuscire a dare una emozione attraverso istallazioni senza oggetti da esporre. Quando ne abbiamo iniziato a parlare mi chiedevo come avremmo potuto interpretare alcuni concetti fondamentali, le qualità dell’ambiente marino ma anche le sue problematiche. Poi ho compreso subito la potenza dei concetti artistici che abbiamo discusso, progettato e allestito.

 

DC: L’arte ci indica sempre la strada. La sfida di allestire una mostra su tematiche così alte senza la possibilità di avere sempre oggetti significativi da esporre ha attivato uno stimolo davvero decisivo. Riaffiorano le memorie del lavoro fatto con Claudio Parmiggiani al Palazzo del Governatore, a quella etica della rinuncia e a quella ricerca di essenziale, al dialogo con gli artisti di tutti questi anni. Il bello di questa esperienza è la logica della co-progettazione con gli artisti che avevamo già sperimentato a Spinazzola, l’aver ragionato, discusso e approfondito le istallazioni insieme, mettendo in un cortocircuito davvero fertile le idee e i contributi di tutti. In alcune si parte dalla nostra idea e gli artisti hanno poi lavorato interagendo con questo stimolo iniziale, penso alla stanza del sale in cui, come sulla luna, si incontra il paesaggio astratto e materico di una salina circondato dai versi di Neruda lasciati arrugginire e buttati a terra o alla stanza dell’acqua in cui i riflessi delle immagini poetiche dal fondo del mare verso il cielo illuminano sullo sfondo una grande scritta di metallo azzurra che vibra anche grazie alle parole di Montale. In altri casi l’idea dell’artista è la partenza, poi prende forma in un carattere architettonico e spaziale più chiaro e netto come per Eden, il giardino provvisorio verniciato di nero da Giacomo Cossio, trattenuto a stento in una scatola gialla costruita con i legni da cantiere che realizza una stanza contemporanea e provvisoria nella stanza antica del palazzo,  o alla istallazione finale di Paolo con il sistema delle lamiere piegate in verticale su cui si arrampicano le lettere che da terra si proiettano verso l’alto, assumendo le sembianze di esseri umani.